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Rosalia
05-28-19 01h37am
Cavanna è Omero. Cieco e al centro di un’Iliade affascinante e cruenta. Più di Omero conosceva Achille, Ettore, il Grande Aiace, Diomede, Tersite. Cavanna aveva visto le mura di Troia e lo splendore ardente della battaglia. Era stato al fianco di Girardengo, Binda e Guerra. Aveva conosciuto Gerbi, il Diavolo Rosso, e Cuniolo, Ganna e Galetti, Petit Breton e Van Houwaert, Henri Pelissier e Lapize. Aveva visto nascere l’epos della bicicletta. Ci era cresciuto dentro.
Poi divenne cieco. Come Gloucester in Re Lear. Come Borges, il poeta che scrisse che la cecità è “una liberazione, una solitudine propizia alle invenzioni, una chiave e un’algebra”. La cecità di Cavanna, in effetti, fu la chiave che lo portò nel mondo della creazione. Un dono. Borges parla della “maestria de Dios”, della sua “magnifica ironia”.
Il mondo era opaco agli occhi di Cavanna. La cecità lo illuminò. La vista troppo spesso distrae, confonde, fuorvia. Il buio isola, porta alla meditazione, affila i progetti, produce i sogni. Cavanna aveva prima sognato Fausto Coppi. Poi lo plasmò. Trasformò la sua umile casa nell’atelier di Fidia a Olimpia.
Si affidò alle sue grandi mani. Mani pesanti di pugile. Mani forti, che avevano stretto il manubrio. Mani che aiutano, da soigneur. Mani sensibili, da masseur. Educate sui muscoli di Girardengo e Guerra. Mani sapienti, che esploravano anche il cuore. Mani con cinque dita lunghe, come il pentagramma. Mani da violinista. Riconobbero subito che Coppi era un Guarneri del Gesù. Fecero cantare le sue fibre di seta. Ne uscì un suono straordinario. Cavanna fu Paganini.
La cecità di Cavanna è la metafora dell’uomo. Nell’immensità dell’universo l’uomo è cieco, sprofondato nel mistero. Non vede, non capisce, procede a tentoni, spesso torna sui suoi passi, incespica e cade. Cavanna viveva nella caverna, sprofondato nel buio. Eppure di lì partivano traiettorie di luce. Le bici di Coppi,
Carrea, Milano, Filippi, Gismondi, Pino Favero, Giacchero, Parodi, Landi erano luminose. Percorrevano il mondo. Un giorno, nello spazio di ventiquattro ore, a Lugano, per due volte, conquistarono l’iride.
Cavanna previde Coppi. Con la luce disperata dell’intelligenza. Lo progettò, con fantasia indomabile, come Il Grande Airone. Poi lo vide volare con il cuore. Coppi fu la sua magia, la sua vita, il suo elisir. Fu Achille, nell’Iliade della bicicletta. Quando richiuse le ali e l’epos finì, anche Omero morì.